Sarebbe oltremodo semplice dire “lo avevamo scritto”: eppure è così. I cittadini randazzesi in questi giorni sono stati letteralmente investiti da una massa di avvisi d’accertamento riguardanti la TARSU. Sono talmente tanti che si è dovuti ricorrere al servizio postale per notificarli, con un costo di circa ottomila euro.
In buona sostanza, secondo la ditta che ha compiuto i controlli, i randazzesi sarebbero un popolo d’evasori, considerato che gli avvisi sono stati notificati a tantissimi nostri concittadini. In pratica si sono salvati in pochi, a tal punto che parafrasando il teologo Giansenio si potrebbe dire: molti i chiamati, pochi gli eletti.
Avendo saputo in anticipo dell’enorme quantità di cartaccia che sarebbe entrata nelle nostre case, al solo scopo di spillare altro denaro dai già martoriati portafogli di tutti noi, avevamo avvertito i nostri pochi lettori che di lì a poco un vero cataclisma impositivo si sarebbe riversato sulla maggior parte della popolazione.
Ernesto Alfonso in un suo intervento televisivo, ad una domanda specifica del conduttore, tentò maldestramente, di minimizzare, dicendo che ogni tanto dei controlli vanno fatti. Tirò in ballo la giustizia e l’equità fiscale, il vivere civile ed altre retoriche frasi ricavate dal suo lessico falsamente buonista.
Non spiegò il signor Sindaco chi avrebbe fatto i controlli e quali sarebbero stati i metodi utilizzati; non spiegò che a differenza del 1992, quando si misurò casa per casa, i nuovi accertamenti sarebbero stati il frutto di verifiche effettuate a tavolino da una società ingaggiata a cottimo.
Ora siccome noi siamo per il rispetto della legalità e delle regole, vogliamo dire al signor Sindaco, che siamo i primi a desiderare la giustizia e l’equità fiscale: ma siamo assolutamente contrari alla vessazione.
E per tale ragione chiediamo al signor Sindaco, perché non si è proceduto come nel 1992? Perché invece di affidare l’incarico a dei forestieri, concordando con loro una percentuale sul riscosso, non ha pensato di utilizzare i tanti tecnici randazzesi? E poi siamo sicuri che gli uffici non sono in grado di rilevare l’evasione?
Ci chiediamo pure, com’è possibile che in Sicilia dove gli enti locali hanno una pianta organica sovradimensionata, rispetto ai comuni del nord dell’Italia, si debba sempre ricorrere a soggetti esterni, pagandoli, per potere svolgere i normali compiti d’istituto?
Sembra essere tornati ai tempi di Robin Hood, con Giovanni Plantageneto, meglio detto Giovanni senza terra e il suo degno compare lo sceriffo di Nottingham. Ma qui non si intravede all’orizzonte un nuovo impavido eroe che combatte per la giustizia e la libertà. Forse non ce n'è alcun bisogno, perché nel sistema democratico il ruolo di Robin Hood è riservato al corpo elettorale, cioè a tutti noi cittadini. Siamo noi, infatti, che dovremmo, alla prossima occasione, mandare a casa Giovanni senza terra e lo sceriffo di Nottingham, sì perché, quando a gente che paga moltissimo, per mantenere un carrozzone che si chiama ATO rifiuti, gli sono contestati dieci metri quadrati in più, oppure aumenti di superficie inesistenti, frutto di un metodo di controllo impreciso ed approssimativo, siamo veramente al ridicolo.
Lo scandalo è tanto l’evasore, quanto l’amministratore incapace: quello che non riesce ad utilizzare le risorse umane e materiali che ha a disposizione; quello che per massimizzare le entrate spara nel mucchio, tormentando i cittadini, i quali ingiustamente vedono recapitarsi ingiunzioni per il pagamento di somme non dovute.
Ma i nostri amministratori, tutte queste cose le comprendono o e come se vivessero avulsi dalla realtà? Capiscono la fatica che sopportano molti nostri concittadini per sbarcare il lunario o come sempre i problemi di tutti noi si fermano davanti alla porta del municipio?
Ed allora non ci resta che piangere o meglio forse ridere, perché disse un filosofo greco che si deve smantellare la serietà degli avversari con il riso, e il riso avversare con la serietà. La prudenza dei nostri padri ha fatto la sua scelta: se il riso è il diletto della plebe, la licenza della plebe venga tenuta a freno e umiliata, e intimorita con la severità. E la plebe non ha armi per affinare il suo riso sino a farlo diventare strumento contro la serietà dei pastori che devono condurla. Ma se qualcuno un giorno, agitando le parole del Filosofo, e quindi parlando da filosofo, portasse l'arte del riso a condizione di arma sottile, se alla retorica della convinzione si sostituisse la retorica dell'irrisione, se alla topica della paziente e salvifica costruzione delle immagini da Salvatore della patria si sostituisse la topica dell'impaziente decostruzione e dello stravolgimento di tutte le immagini ritenute da voi sante e venerabili — oh, quel giorno anche tu e tutta la tua falsa sapienza, egregio avversario, ne sareste travolti!
Il Giaguaro di Tebe










